23 Luglio 2007

CSI Auvers-sur-Oise: Il suicidio di Van Gogh

Archiviato in: Misteri dell'Arte — G. POPOLARE @ 17:45

Inizialmente pensavo ad un racconto con Sherlock Holmes come protagonista che indagava, ingaggiato dal fratello del pittore Theo sulla morte del pittore Vincent Van Gogh. L’idea mi frullava in testa perchè le date della morte del pittore e l’avvento delle storie del celebre detective creato da C. Doyle combaciavano alla perfezione (Uno studio in rosso venne pubblicato per la prima volta nel 1887 tre anni prima della morte di Van Gogh). In realtà questo progetto non ha mai avuto inizio, ma la vera ragione del perchè avrei voluto scriverlo, sta tutta nel fatto che il “suicidio” di Vincent Van Gogh non mi ha mai convinto del tutto, ma veniamo ai fatti. O meglio ai “non fatti” e cioè alle dicerie posteriori intorno a quel fatto che sinceramente fanno ridere i polli soprattutto per la loro assente scientificità che le rende al massimo plausibili come leggende intorno al personaggio o come discorsi da bar quando non si ha voglia di parlare di calcio. Comincerei con quella che ritengo la più imbecille: il dipinto “Campo di grano con corvi” Campo di grano con corvisarebbe il biglietto del suicida messo su tela. Probabilmente si deve l’idea che questo è l’ultimo quadro di Vincent grazie a due popolari film, “Lust for life” e ” Vincent e Theo” dove descrivono questo quadro come l’ultimo dipinto del pittore ma le cose non stanno così. In realtà gli ultimi quadri di V. Van Gogh non hanno niente di inquietante e se il pittore non fosse morto così tragicamente non si parlerebbe in questi termini per dei semplici corvi che svolazzano, come normalmente fanno, su di un campo di grano

Ma vediamo cosa si sa realmente di ciò che è successo tra il 27 e il 29 luglio 1890 il giorno in cui si sparò e il giorno in cui morì: la mattina del 27 Van Gogh esce dalla sua abitazione, ad Auvers-sur-Oise (una stanza nell’albergo dei coniugi Ravoux), presumibilmente per andare nei campi in cerca di soggetti ed inquadrature per i suoi quadri, e rientra la sera, visibilmente sofferente; gli albergatori chiamano il dottor Gachet, che non può fare altro che constatare la presenza di una grave ferita da arma da fuoco “al fianco” (alcuni sostengono al petto ma vista la distanza tra il colpo esploso e la morte dovrebbe essere da escludere come ipotesi) del pittore. Vincent dice di essersi sparato un colpo di pistola; la pallottola, comunque, non viene estratta, e il medico si limita ad avvisare il fratello, Theo, che arriva ad Auvers la mattina dopo e tiene compagnia a Vincent che, tranquillo e rilassato, fuma la pipa fino alla sua morte la mattina del 29. Non viene eseguita nessuna autopsia, e solo 6 persone, compresi Theo e il dottor Gachet (il dottore che lo ebbe in cura nel suo ultimo periodo di vita al quale V. Van Gogh fece anche un bellissimo ritratto), partecipano al suo funerale, pochi giorni dopo.
Ed ora veniamo ai dubbi: 1) Il sistema usato non è certo dei più frequenti nelle casistische dei suicidi, l’arma da fuoco ha una percentuale del 23% dei casi suicidio ma si tratta nel 99% dei casi di colpi sparati alla tempia o in bocca il sistema usato da Van Gogh (un colpo al petto o al fianco) è veramente inconsueto come casistica se non addirittura da considerare unico. Vero è che Vincent aveva provato ad avvelenarsi ingerendo i colori ma nel corso di una passeggiata nei campi avrebbe potuto facilmente impiccarsi ad un albero o annegarsi nel fiume, piuttosto che ricorrere ad una pistola trovata chissà dove. Infine, sembra davvero strano che un suicida, invece di spararsi alla testa, come fanno tutti, si spari al fianco, e comunque non cerchi di finirsi in qualche modo con un secondo colpo: Van Gogh, invece, è rientrato tranquillamente nel suo alloggio come se niente fosse: comportamento da suicida, questo?
2) Addurre la solita motivazione “Era pazzo!” non basta, V. Van Gogh stava attraversando uno dei pochi periodi “buoni” della sua vita. Unico motivo plausibile era il trasferimento temporaneo di suo fratello Theo a causa di una malattia grave del figlio e delle cure che abbisognava. Il senso di abbandono provocato da questo allontanamente potrebbe avere scatenato il fatto ma sinceramente è un po poco per sostenere una tesi di suicidio. 3) V. Van Gogh non possedeva (non ve ne è traccia in nessun passaggio della sua vita) armi da fuoco. Queste ultime non erano facili da procurarsi nelle Francia di allora. La tesi poi che si tratti di una pistola quella che sparò il colpo non è mai stata suffragata da nessuna autopsia, infatti la pallottola non venne mai estratta e quindi si sostiene che l’arma fosse quella indicata dallo stesso V. Van Gogh una pistola per l’appunto. 4) Perchè non si provò neppure a portarlo in un ospedale? Due giorni di agonia sono veramente tanti per chiunque.

Insomma di dubbi ce ne sono veramente molti sulla fine di questo sfortunato pittore.
Supponiamo invece che qualcuno gli abbia sparato: tutte le stranezze non hanno più ragione di essere! Non bisogna trovare la causa del suicidio, né chiedersi da dove sia saltata fuori la pistola, né che fine abbia fatto, né il perché dell’unico colpo al fianco: altre sono le domande che dovremmo porci, ma stavolta non mancheranno risposte plausibili.

Si vede subito che ci sono solo due domande principali che sostituiscono gli innumerevoli interrogativi relativi all’ipotesi del suicidio: la prima, ovviamente, riguarda i motivi per cui qualcuno avrebbe voluto sparare a Vincent. E motivi ce ne sono.
Van Gogh, ricordo, conduceva una vita molto isolata, e suscitava spesso e volentieri la diffidenza altrui; per esempio, nel Settembre 1885 si era messo in urto con gli abitanti di Nuenen che pensavano avesse messa incinta una delle sue modelle; nel Marzo 1889 gli abitanti di Arles, invece, avevano cercato di farlo ricoverare, evidentemente preoccupati dalle sue stranezze e dal suo comportamento in occasione della famosa lite con Gauguin. Insomma, dovunque andasse, Vincent si inimicava facilmente gli abitanti del luogo: e allora perché non supporre che, quel pomeriggio del 27 Luglio, un contadino più diffidente degli altri abbia visto il pittore aggirarsi nei suoi campi e, forse temendo che volesse rubare qualcosa, gli abbia sparato una fucilata, colpendolo al fianco? In fondo la pallottola non è mai stata estratta, per cui non sappiamo se fosse stata davvero sparata da una pistola.

La seconda, pure ovvia, domanda è: perché Van Gogh ha detto di essersi sparato? Si può rispondere con un’altra domanda: a cosa gli sarebbe servito dire la verità, in fondo? Probabilmente non conosceva il suo feritore, e sicuramente non aveva alcun desiderio di procurare dei guai a qualcuno, tanto più che in Francia, a quel tempo, un omicidio portava rapidamente sulla ghigliottina; Vincent era di carattere mite e, nonostante le paure di Gauguin e degli abitanti di Arles, incapace di fare del male a qualcuno (piuttosto se la prendeva con sé stesso); forse incapace anche di nutrire sentimenti di rancore verso il prossimo, a dispetto dei modi spesso rudi e sgarbati che usava quasi con tutti.
E allora, è davvero così difficile che abbia preferito parlare di suicidio, piuttosto che tirare in ballo qualcun altro? Tanto nulla sarebbe cambiato, per lui, sia che morisse, come è stato, sia che riuscisse a cavarsela: e in fin dei conti l’idea del suicidio sarebbe stata accettata da tutti senza troppe domande, come infatti è avvenuto.
Con questo non voglio certo mettere la mano sul fuoco e affermare che sono totalmente convinto che Van Gogh sia stato ucciso: ma i dubbi mi sembrano fondati, le circostanze strane, e credo seriamente che l’ipotesi più valida sia davvero quella di un omicidio, anche se preterintenzionale.

Ringrazio il Signor Andrea Carta, vincitore del XII Galaxian Prix con il suo racconto “Place Lamartine” che gentilmente mi ha concesso l’utilizzo del suo scritto per la stesura di questo articolo.

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